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Gay & Bisex

LA SFRONTATEZZA GIOVANILE...


di SERSEX
29.09.2025    |    4.510    |    1 9.1
"«E non ho paura di te, » aggiunse, piegando appena la testa e fissandolo con quegli occhi neri che non lo lasciavano scappare..."
Bologna a settembre sapeva di pioggia e foglie bagnate. La città respirava un silenzio irregolare, interrotto solo dal rumore delle gocce che cadevano dai cornicioni e dai passi veloci di chi correva a casa per non inzupparsi. Giò no. Non aveva nessuna fretta di rientrare. La sua casa lo aspettava vuota, con le stanze fredde e i libri ammucchiati sui tavoli, come a ricordargli che il tempo passava e che, senza qualcuno accanto, tutto finiva per marcire in solitudine.
Aveva cenato male, un piatto di pasta scotta e un bicchiere di vino che non aveva fatto altro che spingerlo verso una malinconia più profonda. Ogni volta che posava il bicchiere, si chiedeva quando fosse stata l’ultima volta che aveva riso davvero con qualcuno a tavola. Non se lo ricordava più. E questa assenza lo pesava come una pietra nello stomaco.
Camminava sotto i portici di via Zamboni con le mani in tasca, la sigaretta tra le labbra e lo sguardo basso. La pioggia, scivolando tra le colonne, lo faceva pensare a quante sere aveva trascorso in quella stessa strada da giovane: le corse, gli incontri improvvisi, i baci rubati al buio. Ma ora non restava che un uomo maturo che portava addosso il vuoto di tutto quello che non era più.

Fu allora che lo notò.

Un ragazzo, appoggiato a una colonna, che lo fissava apertamente. Non con la curiosità svogliata di chi guarda chiunque passi, ma con la decisione netta di chi ha già scelto la sua preda. Occhi scuri, grandi, pieni di una luce insolente. Jeans attillati, felpa scura, un corpo magro ma nervoso, pronto a scattare. La pelle giovane, tesa, liscia, bagnata in controluce dalla pioggia.
Si scambiarono uno sguardo troppo lungo per essere casuale. Giò si disse che avrebbe dovuto tirare dritto. Non aveva età per certe storie, e quel ragazzo non poteva avere più di vent’anni. Ma le gambe gli si fecero pesanti, come se una parte di lui fosse già inchiodata lì, sotto quel portico.
Il ragazzo mosse un passo in avanti, accorciando la distanza.
«Hai da accendermi?» chiese, mostrando un sorriso che non era affatto timido.
Giò abbassò lo sguardo sull’accendino che il giovane teneva già in mano. Tirò una boccata lenta e rispose con freddezza:
«Ce l’hai già.»
Il sorriso del ragazzo si allargò, mostrando denti bianchi e labbra piene.
«Lo so. Ma mi serviva una scusa.»
Quella risposta lo spiazzò. Troppa sicurezza, troppa sfacciataggine. Giò era abituato a sguardi furtivi, esitazioni, tentativi maldestri. Non a quell’arroganza lucida, che lo trapassava senza chiedere permesso.
«E una scusa per cosa?» chiese, cercando di sembrare indifferente.
«Per parlarti.»
Lo disse senza abbassare gli occhi, senza la minima ombra di vergogna. Giò trattenne un mezzo sorriso amaro: gli ricordava la sua età, quando la vita sembrava tutta una conquista da fare, senza paura delle conseguenze.
«Non credo tu abbia molto da dire a uno come me.»
«Invece sì.»
Il ragazzo fece un altro passo avanti. Ora erano così vicini che Giò poteva sentirne l’odore: un misto di pioggia, tabacco e pelle giovane. Gli salì addosso come una carezza che non aveva chiesto.
«Sei bello,» disse, con una naturalezza disarmante. «E sembri solo.»

Quelle parole lo colpirono come uno schiaffo. Erano crude, semplici, senza contorno. Eppure contenevano la verità. Giò abbassò per un attimo lo sguardo, come se quelle due frasi gli avessero tolto l’aria.
«Come ti chiami?» chiese alla fine, con voce bassa.
«Joel.»
Il nome si posò tra loro come una promessa. Joel non aveva esitato un istante, non aveva avuto bisogno di pensarci. Lo disse con leggerezza, come chi non teme niente.
«E non ho paura di te,» aggiunse, piegando appena la testa e fissandolo con quegli occhi neri che non lo lasciavano scappare.
Giò inspirò forte, sentendo il cuore che batteva più veloce. Non era giusto. Non era normale. Ma il suo corpo già reagiva a quella presenza, come se ogni fibra di pelle gli stesse urlando di smettere di resistere.
Joel sorrise ancora, inclinando la bocca in un gesto che sembrava una sfida. «Non vuoi invitarmi a bere qualcosa?»
«Dovrei mandarti a casa,» mormorò Giò, quasi più a se stesso che a lui.
«Allora fallo.»
Il silenzio si allungò tra loro. Giò lo guardò meglio: i capelli scuri umidi sulla fronte, le mani nervose che giocavano con l’accendino, il corpo giovane e compatto. Una visione che gli riportava addosso improvvisamente il ricordo di quando lui stesso aveva vent’anni e il mondo sembrava fatto per essere preso a morsi.
E invece di girarsi e andarsene, fece l’opposto.
«Vieni,» disse, voltandosi verso via delle Moline.
Joel rise piano, soddisfatto. «Lo sapevo.»

Camminarono fianco a fianco, la pioggia che batteva leggera sul selciato, e Giò si accorse che il cuore gli batteva troppo forte. Non stava solo portando a casa un ragazzo. Stava riaprendo una porta che aveva tenuto sbarrata per anni, e da cui poteva entrare qualunque cosa: desiderio, vergogna, ricordi, dannazione.
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